mercoledì 1 luglio 2015

DARK BASTARD (di Sparviero Nero)




CAPITOLO 1

Spietato.

Questo è il primo aggettivo che viene in mente a chiunque abbia avuto a che fare con Edward Cullen.
A chiunque. Senza esclusione. Persino a sua madre.
Non era certo nato tra gli agi, ma non era nemmeno un povero cristo. Soldi chiamano soldi, e lui lo sapeva bene. Era partito da un piccolo capitale, ereditato da suo nonno, il quale era morto in circostanze poco chiare. Si dice sia stato lui, ma potrebbero essere chiacchiere messe in giro da una delle sue vittime.
Mister Cullen lasciava appositamente le sue vittime in grado di parlare e di odiarlo, in modo tale da assicurarsi la sua fama. Era furbo. Era calcolatore. La sua intelligenza non rientrava in alcuno schema e questo lo sapevano tutti. Se volevi far parte della vita e del successo di Mister Cullen, dovevi piegarti al suo volere, dovevi eradicare la tua personalità per far spazio alla sua, dovevi seguirlo in maniera diligente e intelligente. E dovevi dimenticare chi eri e cosa volevi. Se non stavi con lui, non eri niente. Se stavi contro di lui, eri morto. Non biologicamente, questo è chiaro, ma arrivavi a desiderarlo.
Affari? No. Vita. La sua. La tua per la sua. Ecco come facevi ad esistere nel mondo di Edward Cullen.

***

“Ah!... Ah!... Ah!...”

I colpi che infliggeva in quella carne calda e bagnata non lasciavano respiro o ripresa. Dolcezza e tenerezza non erano nel suo stile. Edward Cullen era in grado di portarti sulle vette più alte, quelle irraggiungibili da chiunque altro, e poi alle stelle, e ancora oltre. Dopo, il nulla. Dopo Edward Cullen non hai alcuna possibilità di provare una cosa simile. Zero. Godeva immensamente nel prendere quello che voleva, come voleva, quando voleva. Se non ci stavi, eri pazza. O forse più intelligente di lui. Ma se lui ti voleva, tu ci stavi. Non avevi alternative. Non alternative valide, non alternative affatto. Zero. E lui non ammetteva zeri. Mai.

“Oh… Edward…”

Si fermò di colpo. Il suo guardo la raggelò. Non sapeva come leggere quegli occhi così carichi di passione, di vita, di inferno, ma freddi come l’eterna notte siderale in un mondo senza sole. Aveva sbagliato. Sapeva, oh se sapeva che non avrebbe dovuto. Lo sapeva bene. Ma resistere a quel piacere così intenso, mai provato prima, per il quale aveva venduto miseramente i suoi ultimi brandelli di dignità, era stato impossibile per lei. E ora avrebbe pagato. E pagato duramente.
Senza proferire parola o suono alcuno, la strattonò, girandola e mettendola brutalmente a quattro zampe.
Era spaventata, eccitata oltre misura. Era vogliosa di compiacerlo, di donargli tutta se stessa, anima e corpo. Voleva prendersi tutto. Anche se sapeva che non avrebbe avuto niente.
Lui non le si sarebbe concesso più. Mai più. E stava iniziando a farlo da quel preciso istante.
Avrebbe anche perso il lavoro. Ne era consapevole. Eppure si è giocata alla roulette sapendo che lui aveva già la mano sul pulsante di comando. Sarebbe uscito il numero che lui comandava. E lei sarebbe uscita povera, nuda e senza avere più la possibilità di entrare nella sua casa da gioco. Ma la posta era troppo allettante. Il suo sguardo l’aveva scelta e desiderata per quella notte. Era lei la prescelta. Non avrebbe voluto mai, Dio sa se non avrebbe voluto. Era stata messa in guardia. Aveva visto le sue vittime. Aveva visto i loro occhi ormai privi di stimoli, privi di eccitazione, privi di qualsiasi impulso vitale. Edward Cullen si lasciava dietro una scia di droghe, alcol, matrimoni falliti, fidanzamenti rotti. Nessuna poteva sopravvivere se lui ti voleva. Tu dovevi solo scegliere. E sceglievi sempre lui. Firmando con il tuo sguardo di resa incondizionata, la tua condanna al limbo.
Aveva preso a colpirla di nuovo, afferrandola per i fianchi, affondando quelle lunghe dita nella sua carne tremante. La afferrava per i capelli, costringendola in una posizione quasi di asfissia. La penetrava fino in fondo, ripetutamente, velocemente, senza mai colpire quel punto che l’avrebbe fatta urlare di godimento. Aumentò quel movimento finchè non lo sentì sconnesso, quando lui con una spinta la gettò sul letto, trattenendole il collo in modo che non riuscisse a guardarlo, mentre con l’altra mano si sfilò velocemente il preservativo e iniziò a pompare furiosamente, per pochi istanti, finchè non udì un respiro soffocato, ma non sentì mai il calore del suo seme su di lei.
Non le aveva permesso di voltarsi. Non le aveva permesso di toccarlo. Non le aveva permesso di udire i suoi gemiti. Non le aveva permesso di godere. Non le aveva permesso di essere toccata in alcun modo nemmeno dal suo sperma.
Questa era la sua punizione.
Si rivestì in fretta e la lasciò disperata e distrutta nel corpo e nell’anima.

Questo era il CEO della più vasta multinazionale tecnologica americana.

Questo era Edward Cullen.


***






CAPITOLO 2

Seduttivo.

No, no, non seducente. Seducente è chi attrae al di là delle intenzioni. Lui, invece, era deliberatamente seduttivo.
E usava questa capacità come la più potente delle armi.
Lo faceva sempre.
Con se stesso, la mattina quando si guardava allo specchio e svolgeva meticolosamente tutto il suo rituale quotidiano di cura del proprio corpo. Si svegliava sempre esattamente un minuto prima che fosse partito l’attenuato suono della radiosveglia, regolata solo per abitudine; apriva gli occhi e… oh no, Edward Cullen non si stiracchiava, no, Edward Cullen muoveva sinuosamente tutto il suo corpo avvolto solo dalle candide lenzuola del più pregiato cotone egiziano; lentamente riprendeva contatto con ogni muscolo, ogni tessuto, ogni nervo, ogni sensazione, piano, godendosi il risveglio da quel sonno profondo, rigenerante, necessario, fino a percepire la più acuta delle sensazioni, il centro del suo piacere, la forma del suo desiderio, l’espressione del suo bisogno, lì, vibrante e rispondente a tutti i segnali consci e inconsci. Si accarezzava, respirava profondamente, non si dava piacere, no, voleva solo connettersi a tutte le estremità di quel corpo da peccato capitale. E lui lo sapeva. Sapeva di essere così. Madre Natura, Dio o chi per lui, gli aveva fornito un aspetto definito glorioso dai giornali. Per lui era semplicemente DNA e cura di sé, dentro e fuori. Allenava il suo corpo alla resistenza. Allenava il suo cervello all’astuzia e alla comprensione del comportamento umano. Per vincere, per raggiungere gli obiettivi, per pianificare adeguatamente qualsiasi interazione od operazione, sapeva di aver bisogno della mens sana in corpore sano, quindi vi si dedicava adeguatamente, con puntualità ed impegno. Si sfidava, si portava ai limiti, non esisteva confine od ostacolo. Quando correva, spingeva. Quando ragionava, valutava tutti i punti di vista fin oltre ciò che altri avrebbero considerato particolari trascurabili. Spingeva. Spingeva sempre.
Quando si alzava dal letto, si dirigeva in bagno. Non c’era modo che non si guardasse da qualsiasi angolazione: il bagno era tutto specchi, e qualsiasi specchio, se avesse potuto proferire parola, avrebbe asserito senza incertezze che Edward Cullen era bello anche quando pisciava. E lui lo sapeva. Nudo, perfettamente a suo agio, capelli scompigliati dalle mani della dea dell’amore che sembravano apparire durante il suo stato onirico per accarezzarli, tiranneggiarli e godere di quelle folte, lussureggianti ciocche bronzee, o forse erano le sue stesse dita che istintivamente accarezzavano tutto ciò che forniva godimento. E i capelli di Edward Cullen erano un godimento persino per gli occhi.
Il rituale proseguiva nella sala adibita a palestra dove, vestito solo di pantaloncino tecnico, correva a ritmo spedito e punitivo sul quel tapis roulant, espellendo tossine, bruciando grassi, tonificando quei muscoli longilinei e perfetti, e regolando la respirazione, regalando alle pareti di quella sala un ideale video e audio decisamente sensuale. L’attempata collaboratrice domestica si era trovata a far tardi per sbirciare quello spettacolo, l’unico che le fosse concesso; lui non voleva nessuno al suo risveglio, questi erano gli accordi, ma la signora non era morta e apprezzava enormemente vedere e sentire Mister Cullen sotto sforzo. Avrebbe potuto venderne delle registrazioni alle signore di quel vicinato così per bene, così formale… e così subdolo e sudicio. Oppure avrebbe potuto regalarle alla signora Cullen. Le piaceva la signora Cullen. Erano così carini insieme: lei si metteva sempre seduta su quella panca davanti al treadmill e lo guardava, scherzando con lui e prendendolo in giro in quel modo malizioso mentre guardava quel corpo perfetto. E quando le cose si facevano calde, li lasciava alla loro intimità, ritirandosi in buon ordine nell’altra ala dell’appartamento dove non avrebbe potuto udire tutto il loro ardore. Le mancava la signora Cullen e spesso pensava a lei con malinconia, soprattutto quando lo guardava correre così concentrato, furioso quasi, e sicuramente privo di quel guizzo luminoso negli occhi. Ma alla signora piaceva troppo quel lavoro e se l’avesse scoperta anche solo una volta… Ma lui l’aveva scoperta. Sin dalla prima volta, o così ne era convinto. Avrebbe potuto licenziarla freddamente, come faceva con chiunque non rispettasse le sue regole, ma le era affezionato, non voleva pensare al perché, ma non l’avrebbe mai mandata via. E gli piaceva, comunque, piacere. Anche a donne in età avanzata.
Nella doccia selezionava con cura la temperatura ideale e accompagnato da brani di musica classica pre selezionati, massaggiava minuziosamente lo scrub sul corpo e il sapone per il peeling sul viso.


Il rasoio era sempre dotato di nuove lamette e non mancava mai di applicare il balsamo prima e dopo la rasatura.

La sua pelle era ogni giorno luminosa, morbida e priva di imperfezioni. Divina. E lui lo sapeva.

Sceglieva gli abiti a seconda del programma del giorno. Non sottostava alla voglia del momento. Colori e forme erano atti a sedurre occhi e gusto di chi avrebbe incontrato. L’alta sartoria non era altro che la cornice a un già bel quadro. Oh, sapeva che l’abito non fa il monaco, ma sapeva anche che aspetto e mente erano fondamentali ed erano strumenti per il raggiungimento dei suoi scopi. Tutto, per Edward Cullen, diventava strumento. E lui era uno strumentista polifonico.
Era seduttivo con gli altri. Studiava ogni piccolo dettaglio del verbale e del non verbale. Si informava, coglieva qualità e debolezze e quando comprendeva la vera essenza del suo interlocutore, che fosse uomo o donna, la usava spietatamente, come un predatore che incanta la preda. E a quel punto la poverina non avrebbe avuto più armi, né forza.
Era seduttivo sul lavoro. La sua sola presenza, il solo linguaggio del corpo, apriva e concludeva trattative. Il suo modo raffinato di parlare, la sua eloquenza, le sue secche e precise direttive, la sua educazione erano usati per i suoi scopi. Nulla era lasciato al caso. Nulla era spontaneo. O, probabilmente, la spontaneità aveva lasciato il posto all’esperienza.
Era seduttivo con gli uomini. Riusciva a creare legami, alleanze, complicità apparenti a seconda del tipo che gli si trovava davanti. Era risoluto quando parlava di affari, era attento quando sapeva che il suo interlocutore avrebbe potuto insegnarli qualcosa, era rispettoso verso età ed esperienza, era rispettoso persino dell’etica, ma era senza pietà di fronte alle debolezze e ai fallimenti.


Era rispettato ed ammirato. E temuto.


Era seduttivo con le donne. Non era mai grossolano, né accondiscendente, né volgare, né banale, a meno che la situazione non lo avesse richiesto. Ogni donna aveva il suo fascino e la sua personalità. Ogni donna era assai più profonda di qualunque uomo egli avesse conosciuto. Magari non tutte, ma sicuramente quelle che lo interessavano davvero, sia per motivi d’affari che di svago. E non era mai superficiale. Ogni donna aveva il suo perchè, che fosse talento nella professione o un corpo da scopare. O, se era fortunato, entrambi. Aveva incontrato diverse tipologie di donna, aveva ricevuto avances più o meno dirette, aveva infranto cuori a cui non aveva promesso mai nulla. Aveva lasciato donne con desideri decuplicati esponenzialmente dopo ciò che avrebbe dovuto placare la loro sete. Anche il sesso era un mezzo per Edward Cullen. Che fosse stato per ottenere favori e chiudere trattative o che avesse riguardato solo la sedazione di un bisogno meramente fisico.
Prima di uscire dall’appartamento, un’ultima occhiata a quello specchio. Era incrinato in un angolo. Non l’aveva fatto cambiare. Non voleva. Si detestava e quello era il suo memento.
Pensava a lei.
Più spesso di quanto non volesse ammettere con se stesso.


Ma prima di permettere a quelle mai dimenticate sensazioni di incupirlo, le ricacciava indietro e si concentrava sull’obiettivo del momento.











CAPITOLO 3




“Signore, dobbiamo deviare e prendere la Madison Avenue. C’è una manifestazione di protesta tra la Stewart e Pine Street.”
L’interfono all’interno della limousine si era attivato, facendo giungere l’impersonale voce di Smith al ricevitore posto vicino ai sei monitor sintonizzati sulle quotazioni di borsa dei più importanti paesi del pianeta.
“Bene. La Stewart è diventata comunque impraticabile da tempo. Se prevedete ritardi, avverti Krasinski. Se ci sono problemi per la riunione, digli di non prendere iniziative mentre mi attendono.”
Non era agitato. Non era preoccupato. Gli imprevisti erano all’ordine del giorno per un uomo come Mister Cullen e se non fosse stato in grado di gestirli non sarebbe certo arrivato dov’era.
Digitava sulla piccola tastiera senza guardare. Le sue dita andavano velocissime mentre scrutava le colonnine con i punti in discesa e in salita delle azioni che lo interessavano. Era come leggere la striscia di fumetti su un quotidiano per lui, rappresentava praticamente uno svago. I suoi occhi scrutavano quelle cifre tra un monitor e l’altro e prima di arrivare a destinazione avrebbe già compreso l’andamento della giornata e dato ordine ai suoi broker di comprare o vendere. E a fine giornata sarebbe stato ancora più ricco.
Quel giorno però c’era un pensiero nel fondo della sua mente che lo infastidiva più degli altri.
Aveva conversato amabilmente con sua madre quella mattina e durante la colazione a bordo piscina era spuntato fuori il solito argomento: il matrimonio.
L’idea non lo elettrizzava.
Aveva un matrimonio fallito alle spalle. Oh, si era sposato per il più elevato e il meno conveniente dei motivi, l’amore, ma evidentemente non era stato sufficiente. Bruciava ancora d’amore per lei, ma il fuoco li aveva distrutti. O forse era stata la vita. O forse ancora, per la prima e unica volta nella sua esistenza, non ci aveva semplicemente capito un cazzo.
Detestava di cuore chi aveva cercato di dare spiegazioni e aveva licenziato o isolato chiunque si fosse azzardato ad avere una singola opinione sulla sua vita privata. Non ne parlava mai e l’argomento era tabù.
Però, come nelle trame dei classici della letteratura, il matrimonio nel suo ambiente era praticamente una conditio sine qua non, era richiesto, preteso perfino. Nel suo mondo, così legato agli affari e alla politica internazionale, certe cose erano ancora del tutto ottocentesche, mai superate. Dovevi sposarti. Farti un’amante se volevi. Con discrezione o meno, ma l’apparenza di una vita stabile e regolare era un must imprescindibile.
Sua madre non mancava mai di ricordarglielo.
Ma Edward Cullen non era tipo da sottostare a leggi, regole e conformismo. Non desiderava un’altra moglie. Non desiderava veramente nessuna. A parte lei.
Aveva categoricamente rifiutato ogni proposta o ogni suggerimento, casuale o meno, della madre. Aveva conosciuto le candidate. Se le era fatte puntualmente. E altrettanto puntualmente le aveva dismesse senza un secondo pensiero.
Aveva tutto quello che voleva e le donne che frequentava erano divise in due categorie: quelle che lavoravano per lui, scelte in base alle qualità che gli occorrevano, intelligenti, istruite, affermate, e quelle che si portava a letto, belle, dal seno sodo e dal culo alto. Non gli interessavano le vie di mezzo e non aveva mai provato interesse in ambito sentimentale per nessuna di loro. Non era uno stupido, non aveva mai escluso nulla nella vita, non considerava il sentimento come inutile o sciocco. Edward Cullen era un uomo che vedeva le sfumature nelle cose, che sapeva leggere tra le righe, che considerava tutti i fattori con la stessa importanza. Ma sapeva bene che quello che aveva avuto era irripetibile.
Quella mattina, però, iniziò a considerare l’idea del matrimonio. Avrebbe trovato la persona giusta. Avrebbe avuto un matrimonio adeguato, definito da regole precise, contrattualmente accettabile.
La vibrazione del suo cellulare lo scosse dai suoi pensieri.
“Cullen.”
“Mister Cullen, le ho inviato l’agenda della giornata. Può visualizzarla sul monitor C.”
Chiuse la telefonata senza un saluto o un ringraziamento. Questo era il suo costume. La sua assistente personale, Krasinski, lo conosceva bene e aveva la sua stessa attitudine: le formalità non erano contemplate e il loro rapporto era efficiente ai massimi livelli.
Visualizzò i numerosi meeting della giornata.
Noia.
Necessità.
Progetti.
Rendimento di alcune consociate.
Beneficenza.
Tutto normale.
Tutto al solito.
Tutto, tranne la nuova voce aggiunta in fondo a quella lista che già conosceva a menadito:
Ore 21,00: Ricevimento fidanzamento Swan-Bambridge.
Oh no. Cazzo, no.

Isabella. Ti puoi fidanzare solo sul mio corpo morto.


CAPITOLO 4










“No, no, no, no, no. Niente calle, niente gigli, niente fiori bianchi.”

Isabella passeggiava avanti e indietro con il cordless che stava andando letteralmente a fuoco per tutte le telefonate che stava facendo durante quella mattinata.

Indossava una lunga maglia morbida che le lasciava scoperta una spalla, leggins e fantasmini bianchi. Ogni qual volta poteva, si toglieva le scarpe e questo significava che praticamente le indossava solo durante gli eventi pubblici; non le portava mai in casa, quasi mai in ufficio e, se poteva, vi rinunciava anche all’aria aperta. Camminava su e giù, in lungo e in largo nella sua stanza, parlando concitatamente e guardandosi i piedi; ne muoveva le dita nervose, soffrendo anche per i calzini. Parlava, muoveva le dita e constatò nella sua mente, un attimo, solo per un attimo, che le scarpe le teneva volentieri eccome, quando Edward la fotteva dopo una serata pubblica, o rincasati da un’uscita con gli amici, o sempre quando tornavano a casa, strappandole senza riguardo tutti gli abiti di dosso e posizionandole le gambe su quelle forti, nerborute spalle per aprirla completamente a lui facendole sentire la sua passione fino in fondo. E che fondo.

Si innervosì subito di quel pensiero e a farne le spese fu il povero fioraio all’altro capo della linea.

“Per carità di Dio! E’ il mio secondo matrimonio, non devo fare la sposina vergine! Si inventi qualcosa, che ne so, qualcosa color pesca, no, pesca no, mi sa di carta da parati in casa delle zitelle. Lilla, porta sfiga il lilla? Magari rosso, oppure il rosso fa troppo prostituta? No, niente rosso, fa troppo bordello anni venti. Insomma, veda lei, ma non bianco, non voglio vedere niente di bianco, intesi? Mi faccia sapere.”

Chiese la telefonata e sentì il bisogno impellente di chiamare lui.

“Pronto? James? Di che colore vuoi i fiori?”… “Dici? Non ti sembra che il porpora sia troppo serioso?”… “Sì amore, sei tu l’artista, ma è una festa di fidanzamento, non è l’addobbo per un mausoleo.” … “Ma amore, non c’entra niente che io sia arredatrice d’interni e non mi soddisfi mai nulla, è solo che detesto i fiori.” ... “Va bene, va bene, i fiori sono belli… d’accordo, farò come dici. Quando sarai qui?” … “Ma no, ma no, è solo che mi sento strana, è come se… come se…” … “Lo so, lo so, sei impegnato, è che mi manchi e ho bisogno di te qui… magari potremmo starcene un po’ soli prima del ricevimento, potrei indossare quella lingerie che ti piace t- OH. NO. CAZZO NO. C-come? Oh no, amore, non ce l’ho con te, è che ho visto… che nel catering c’è qualcosa che non va, decisamente non va! Ti richiamo dopo.”

Si era avvicinata alla finestra che dava sul giardino antistante la sontuosa villa. Da ragazzina aveva scelto la sua stanza proprio perché dava sul viale alberato che conduceva all’ingresso e le piacevano quegli alberi. No, non era la verità. Le piaceva da matti, invece, impicciarsi di tutti quelli che entravano e uscivano, e ne aveva viste di cotte e di crude. E ora, crudamente, osservava Edward abbracciare calorosamente sua madre, la quale aveva sempre avuto un debole per lui. L’aveva adorato da subito e aveva cercato di fare di tutto per non farle considerare l’idea del divorzio.

Marciò furibonda verso la grande porta, che spalancò totalmente rivelandosi in tutta la sua casalinga, gloriosa rabbia.

“Isabella.” Edward la notò subito. 
Aveva persino contato i secondi ed aveva azzeccato perfettamente il tempo, facendo il conto alla rovescia da quando l’aveva vista sbracciarsi al telefono con qualcuno alla finestra della sua camera. Era bellissima. 
Aveva gli occhi un po’ cerchiati, come se non avesse riposato bene, i suoi capelli erano impilati alla rinfusa sopra la testa e fermati da un bastoncino cinese. 
Ed era scalza. 
Trovò buffo che stavolta indossasse i calzini, ma era lei. Bellissima e furente. Si compiacque di questo. Isabella era una donna dal carattere piuttosto forte e ottenere una reazione appassionata equivaleva ad ottenere un pieno successo. Edward sapeva bene che la cosa peggiore che gli potesse capitare sarebbe stata l’indifferenza. E Isabella ora era tutto tranne che indifferente.

“Oh, tesoro, hai visto chi è venuto a trovarci?” Squillò Renee in preda alla felicità.

“Ho visto, mamma. Puoi lasciarci soli un momento per favore?” 

Digrignò senza perdere il contatto visivo con il suo sempre splendido, sexy e bastardo ex marito.
Renee si dileguò all’istante, scambiando uno sguardo d’intesa con l’ex genero e confidando nell’intelligenza di lui nel trattare la questione ‘Isabella’ con astuzia e destrezza.

“Edward. Che diavolo ci fai qui?” Cercò di comporsi a braccia conserte sotto al seno e imponendo alla sua voce dignità e classe.

“Sono stato invitato, mi sembra ovvio. Lo sai che non mi presento mai a sorpresa.”

“Ha! Invitato! Non da me, questo è certo, e lo so perché gli inviti li ho scritti io. Non ti pare un po’ azzardato presentarsi al ricevimento per il fidanzamento della tua ex moglie?”

“Sinceramente no. Le nostre famiglie sono in ottimi rapporti e ho risposto prontamente all’amabile invito di Renee.”

“Edwaaaaard!!!”

Bree corse a rotta di collo non appena vide il cognato. Gli saltò addosso e si aggrappò a lui con tutto l’affetto di cui disponeva. Le era mancato da morire e lo adorava più di chiunque altro. Lo avrebbe sposato lei, se solo non avesse undici anni, ma si era fatta promettere da lui che l’avrebbe aspettata se non avesse potuto riavere sua sorella. Le aveva detto che era innamoratissimo di tutte le Swan e che lei sarebbe sempre stata la sua piccola principessa.

“Breebree!” La accolse tirandola a se e godette immensamente dell’abbraccio più sincero che mai sarebbe arrivato da nessun altro al mondo.

“Bree, per l’amor del cielo, cerca di darti un contegno e almeno prima vatti a dare una rinfrescata.” Le disse la sorella in maniera monotona, dopo un rapido sguardo alle condizioni dei suoi abiti. Bree amava stare all’aria aperta e si sporcava sempre. in questo le somigliava tanto, ma lei non aveva la perenne esigenza di togliersi le scarpe.

“Vedi Isabella? Tua sorella sì che sa dare il benvenuto.” Disse Edward mentre lasciava la piccola che si dileguò subito in casa, ma non prima di essersi fatta promettere almeno un gioco con lui.

“Mh! Sono un po’ cresciutella per correrti incontro e avvinghiarmi a te con gambe e braccia.”

Si accorse troppo tardi di quello che aveva detto, perché istantaneamente i loro sguardi cambiarono intensità, le loro pupille si dilatarono lievemente ed entrambi vennero in mente le stesse immagini, solo che non erano coinvolti né abiti, né occhi indiscreti,s forse solo un paio di stiletto rosse, e un alquanto rumoroso sonoro fatto di gemiti.

“Non l’hai sempre pensata così.” Rispose lui a tono basso, solo a beneficio delle loro orecchie.

La respirazione di isabella si alterò. Non le piaceva come si stava sviluppando la faccenda e si conosceva fin troppo bene: l’attrazione per Edward non si era mai sopita. Ricordava molto bene quello che le faceva e… le mancava, ma non l’avrebbe mai ammesso, nemmeno con se stessa. Nemmeno quando nella sua mente si stavano affollando immagini dei loro incontri, delle loro risate, dei suoi piedi perennemente nudi quando gli correva incontro per stringerlo a sé, per sentirlo di nuovo, per riprendere contatto con quel corpo che le mancava come l’aria anche se era stato via solo per un’ora.

“Non dire stupidaggini.” Rispose flebilmente e con grande sforzo.

“Ti prego Edward, va via. Non… non rimanere qui stasera, ti prego…”

“Spiacente. Breeee!!! Dov’è la mia principessa?!” Le fece un sorriso altamente compiaciuto e si infilò in casa in cerca della bambina.

Isabella rimase nella stessa posizione, abbassando penzoloni la testa e arrendendosi alla testardaggine dell’ex marito.

“James… dove sei… perché non ci sei mai quando mi servi?...”

Mugugnò tra sé.

Risollevò improvvisamente la testa. “Madre?!”

Con qualcuno doveva pur prendersela.

***



CAPITOLO 5




Quella mattina Krasinski riuscì ad udire persino il movimento differente dell’ascensore privato.
Sì, Edward Cullen era in grado di fare addirittura questo: modificare la velocità dell’ascensore.
Lo attese in piedi vicino alla sua scrivania già operativa da un paio d’ore, attendendo lo tsunami che l’avrebbe investita. Conosceva le reazioni del suo capo e mentre gli mandava l’e-mail con l’aggiunta di quell’ultimo appuntamento, aveva sudato freddo.
Le porte in acciaio si spalancarono e lui le apparve davanti come un demone pronto a distruggere l’intero pianeta: aveva le gambe leggermente divaricate, le braccia rigide e contratte lungo i fianchi e le mani strette in pugni che ne bloccavano la circolazione sanguigna. Il suo volto lievemente chinato e lo sguardo letale diretto su di lei.
Era magnifico.
Sarebbe stata una vista altamente erotica, se non fosse per il fatto che raramente l’aveva visto così gelido e furioso allo stesso tempo e un po’ temeva per se stessa. Oh, non fisicamente, ma il pericolo di un licenziamento con probabilità di non trovare mai più uno straccio di impiego in tutto il mondo occidentale, era una possibilità reale.
La sua paura crebbe quando lo vide spostare lo sguardo da lei al corridoio verso il suo ufficio. Edward Cullen era un uomo dai movimenti studiati fino al particolare impercettibile ai più: nella variazione di traiettoria del suo campo visivo, chiuse lentamente ma non del tutto le palpebre. Quello era il suo modo di comunicare il perfetto controllo e la determinazione ad eliminare il problema o la persona che lo aveva disturbato in qualche modo.
Krasinski dovette ricorrere a tutta la sua freddezza e mentre lo seguiva silenziosamente nel suo ufficio, chiudendone le porte con esperta sicurezza, elencò mentalmente a se stessa le proprie qualità, quelle per cui il suo capo non l’aveva mai sostituita. Lei sapeva essere fredda quasi quanto lui, controllata e certa dei suoi meriti. Non era sua la colpa di quell’appuntamento.
“Spiegati.”
“Sua madre ha chiamato questa mattina alle sei e trenta per fissare quell’appuntamento. Ho ritenuto opportuno farlo, signore.”
Non c’era bisogno di spiegare oltre. Lei lo sapeva e lui lo sapeva. Esme Cullen era potente almeno quanto il figlio e nessuno aveva il potere di discutere un suo ordine. La decisione, ora, spettava solo a lui.
Con un secco cenno dismissivo del capo, le intimò di uscire, cosa che lei fece all’istante e senza far trapelare il sollievo.
Lui era già al telefono.
“Cos’è questa pagliacciata?” Digrignò alla madre.
“Non permetterti di parlarmi con questo tono Edward. E’ un nostro dovere presenziare a questi eventi e tu lo sai. Non mi importa chi si sposa e con chi. Non mi importa che sia la tua ex moglie. Devi andare lì e ci devi andare con un bel sorriso in faccia. Ci saranno tutti, compreso il senatore Newton e Aro Volturi con l’intera famiglia al seguito. E non fare sciocchezze. So che tra te e Isabella non corre buon sangue, ma questa non è semplicemente una festa, è un’occasione per ricordare a tutti chi siamo e marcare bene i confini del nostro territorio.”
Con un poderoso moto di rabbia lanciò il cellulare che si frantumò contro la parete a lui antistante.
Gli impiegati che udirono quel rumore non osarono muoversi, tranne Krasinski che si diresse verso una delle casseforti dell’ufficio per tirarne fuori un cellulare identico, già programmato e pronto per l’attivazione, cosa che eseguì all’istante. Bussò alla porta del suo capo e senza annunciarsi lo pose sulla sua scrivania, allontanandosi come nulla fosse successo.
Cullen rimase immobile davanti alla grande vetrata dietro la scrivania, mani in tasca, ad osservare la baia del Pudget Sound, già con mille idee in testa, tutte perfettamente valutate e attuabili.
Prima idea: uccidere Bambridge.
  • Pro: eradicato il problema alla radice; facile; pulito; istantaneo.
  • Contro: coinvolgimento di terze parti non ammissibile in una questione familiare; attuazione di un piano e creazione di un alibi valido; fastidioso intralcio della giustizia per le indagini; eventuale disappunto di Isabella.
Mh… forse l’omicidio non è poi così attuabile.
Seconda idea: rapire Isabella.
  • Pro: un intervallo di tempo utile per convincerla che la sola idea di sposare Bambridge era una puttanata e farle cambiare idea.
  • Contro: far cambiare idea ad Isabella? Buona fortuna. Quella donna era più testarda di una mandria di muli.
Terza idea: screditare Bambridge agli occhi di Isabella.
  • Pro: facilmente attuabile; godimento illimitato anche solo nel tentativo.
  • Contro: nessuno. Sarebbe stato semplice come bere un bicchiere d’acqua.
Quarta idea: fare l’amico.
  • Pro: grande spazio di manovra per sventare la ridicola faccenda.
  • Contro: sforzo notevole. Edward Cullen non fa l’amico.
Gli piacevano queste idee. Le voleva usare tutte. La sua parte irrazionale lo guidava assolutamente verso la prima, ma era troppo intelligente per farsi guidare da una pulsione. Non avrebbe più fatto quell’errore. Non doveva più fare alcun errore. Isabella era una questione della massima importanza per lui. L’aveva lasciata fare, l’aveva assecondata e aveva ceduto al suo bene, ma ora non poteva più reggere, non poteva più sopportare. Non avrebbe mai permesso il compimento di quel matrimonio. Era sufficiente la sola idea di un qualsivoglia rapporto tra Isabella e qualcun altro che non fosse lui.
Per la prima volta si sentiva insicuro. L’incertezza non era una sensazione accettabile nel mondo di Edward Cullen. E Isabella era il suo punto debole, lo era da sempre e lo sarebbe stato per sempre. Doveva necessariamente volgere le cose a suo vantaggio.
Si mise subito in azione. Girandosi trovò il suo cellulare intatto sulla scrivania e per un breve momento si chiese se l’avesse fatto a pezzi davvero, ma una rapida occhiata all’indentazione sulla parete gli fece capire che quello sarebbe stato il suo ultimo momento di debolezza. Chiamò Jenks, il suo corrottissimo contatto nel dipartimento di polizia, e gli ordinò informazioni su James Bambridge. Tutto. Qualsiasi dettaglio. Doveva conoscere esattamente vita, morte, miracoli, abitudini, debolezze, azioni, successi, fallimenti, famiglia di provenienza, fedina penale, relazioni precedenti, multe, marca di shampoo e di cereali preferiti. Era piuttosto sicuro che avesse una lista di difetti lunga come il suo cazzo e voleva usarli tutti a suo vantaggio, ma con discrezione e arguzia.
Solo una cosa contava ora.
Doveva riprendersi la sua ex moglie.
Con il suo consenso o con la forza.
Se qualcuno avesse potuto osservarlo in quell’istante, avrebbe visto l’espressione più diabolica e soddisfatta mai avuta da alcuno.
E avrebbe anche visto che era assolutamente, innegabilmente e dannatamente sexy.
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