CAPITOLO 1
Spietato.
Questo è il primo
aggettivo che viene in mente a chiunque abbia avuto a che fare con
Edward Cullen.
A chiunque. Senza
esclusione. Persino a sua madre.
Non era certo nato tra
gli agi, ma non era nemmeno un povero cristo. Soldi chiamano soldi, e
lui lo sapeva bene. Era partito da un piccolo capitale, ereditato da
suo nonno, il quale era morto in circostanze poco chiare. Si dice sia
stato lui, ma potrebbero essere chiacchiere messe in giro da una
delle sue vittime.
Mister Cullen lasciava
appositamente le sue vittime in grado di parlare e di odiarlo, in
modo tale da assicurarsi la sua fama. Era furbo. Era calcolatore. La
sua intelligenza non rientrava in alcuno schema e questo lo sapevano
tutti. Se volevi far parte della vita e del successo di Mister
Cullen, dovevi piegarti al suo volere, dovevi eradicare la tua
personalità per far spazio alla sua, dovevi seguirlo in maniera
diligente e intelligente. E dovevi dimenticare chi eri e cosa volevi.
Se non stavi con lui, non eri niente. Se stavi contro di lui, eri
morto. Non biologicamente, questo è chiaro, ma arrivavi a
desiderarlo.
Affari? No. Vita. La sua.
La tua per la sua. Ecco come facevi ad esistere nel mondo di Edward
Cullen.
***
“Ah!... Ah!... Ah!...”
I colpi che infliggeva in
quella carne calda e bagnata non lasciavano respiro o ripresa.
Dolcezza e tenerezza non erano nel suo stile. Edward Cullen era in
grado di portarti sulle vette più alte, quelle irraggiungibili da
chiunque altro, e poi alle stelle, e ancora oltre. Dopo, il nulla.
Dopo Edward Cullen non hai alcuna possibilità di provare una cosa
simile. Zero. Godeva immensamente nel prendere quello che voleva,
come voleva, quando voleva. Se non ci stavi, eri pazza. O forse più
intelligente di lui. Ma se lui ti voleva, tu ci stavi. Non avevi
alternative. Non alternative valide, non alternative affatto. Zero. E
lui non ammetteva zeri. Mai.
“Oh… Edward…”
Si fermò di colpo. Il
suo guardo la raggelò. Non sapeva come leggere quegli occhi così
carichi di passione, di vita, di inferno, ma freddi come l’eterna
notte siderale in un mondo senza sole. Aveva sbagliato. Sapeva, oh se
sapeva che non avrebbe dovuto. Lo sapeva bene. Ma resistere a quel
piacere così intenso, mai provato prima, per il quale aveva venduto
miseramente i suoi ultimi brandelli di dignità, era stato
impossibile per lei. E ora avrebbe pagato. E pagato duramente.
Senza proferire parola o
suono alcuno, la strattonò, girandola e mettendola brutalmente a
quattro zampe.
Era spaventata, eccitata
oltre misura. Era vogliosa di compiacerlo, di donargli tutta se
stessa, anima e corpo. Voleva prendersi tutto. Anche se sapeva che
non avrebbe avuto niente.
Lui non le si sarebbe
concesso più. Mai più. E stava iniziando a farlo da quel preciso
istante.
Avrebbe anche perso il
lavoro. Ne era consapevole. Eppure si è giocata alla roulette
sapendo che lui aveva già la mano sul pulsante di comando. Sarebbe
uscito il numero che lui comandava. E lei sarebbe uscita povera, nuda
e senza avere più la possibilità di entrare nella sua casa da
gioco. Ma la posta era troppo allettante. Il suo sguardo l’aveva
scelta e desiderata per quella notte. Era lei la prescelta. Non
avrebbe voluto mai, Dio sa se non avrebbe voluto. Era stata messa in
guardia. Aveva visto le sue vittime. Aveva visto i loro occhi ormai
privi di stimoli, privi di eccitazione, privi di qualsiasi impulso
vitale. Edward Cullen si lasciava dietro una scia di droghe, alcol,
matrimoni falliti, fidanzamenti rotti. Nessuna poteva sopravvivere se
lui ti voleva. Tu dovevi solo scegliere. E sceglievi sempre lui.
Firmando con il tuo sguardo di resa incondizionata, la tua condanna
al limbo.
Aveva preso a colpirla di
nuovo, afferrandola per i fianchi, affondando quelle lunghe dita
nella sua carne tremante. La afferrava per i capelli, costringendola
in una posizione quasi di asfissia. La penetrava fino in fondo,
ripetutamente, velocemente, senza mai colpire quel punto che
l’avrebbe fatta urlare di godimento. Aumentò quel movimento finchè
non lo sentì sconnesso, quando lui con una spinta la gettò sul
letto, trattenendole il collo in modo che non riuscisse a guardarlo,
mentre con l’altra mano si sfilò velocemente il preservativo e
iniziò a pompare furiosamente, per pochi istanti, finchè non udì
un respiro soffocato, ma non sentì mai il calore del suo seme su di
lei.
Non le aveva permesso di
voltarsi. Non le aveva permesso di toccarlo. Non le aveva permesso di
udire i suoi gemiti. Non le aveva permesso di godere. Non le aveva
permesso di essere toccata in alcun modo nemmeno dal suo sperma.
Questa era la sua
punizione.
Si rivestì in fretta e
la lasciò disperata e distrutta nel corpo e nell’anima.
Questo era il CEO della
più vasta multinazionale tecnologica americana.
Questo era Edward Cullen.
***
CAPITOLO
2
Seduttivo.
No,
no, non seducente. Seducente è chi attrae al di là delle
intenzioni. Lui, invece, era deliberatamente seduttivo.
E
usava questa capacità come la più potente delle armi.
Lo
faceva sempre.
Con
se stesso, la mattina quando si guardava allo specchio e svolgeva
meticolosamente tutto il suo rituale quotidiano di cura del proprio
corpo. Si svegliava sempre esattamente un minuto prima che fosse
partito l’attenuato suono della radiosveglia, regolata solo per
abitudine; apriva gli occhi e… oh no, Edward Cullen non si
stiracchiava, no, Edward Cullen muoveva sinuosamente tutto il suo
corpo avvolto solo dalle candide lenzuola del più pregiato cotone
egiziano; lentamente riprendeva contatto con ogni muscolo, ogni
tessuto, ogni nervo, ogni sensazione, piano, godendosi il risveglio
da quel sonno profondo, rigenerante, necessario, fino a percepire la
più acuta delle sensazioni, il centro del suo piacere, la forma del
suo desiderio, l’espressione del suo bisogno, lì, vibrante e
rispondente a tutti i segnali consci e inconsci. Si accarezzava,
respirava profondamente, non si dava piacere, no, voleva solo
connettersi a tutte le estremità di quel corpo da peccato capitale.
E lui lo sapeva. Sapeva di essere così. Madre Natura, Dio o chi per
lui, gli aveva fornito un aspetto definito glorioso dai giornali. Per
lui era semplicemente DNA e cura di sé, dentro e fuori. Allenava il
suo corpo alla resistenza. Allenava il suo cervello all’astuzia e
alla comprensione del comportamento umano. Per vincere, per
raggiungere gli obiettivi, per pianificare adeguatamente qualsiasi
interazione od operazione, sapeva di aver bisogno della mens sana in
corpore sano, quindi vi si dedicava adeguatamente, con puntualità ed
impegno. Si sfidava, si portava ai limiti, non esisteva confine od
ostacolo. Quando correva, spingeva. Quando ragionava, valutava tutti
i punti di vista fin oltre ciò che altri avrebbero considerato
particolari trascurabili. Spingeva. Spingeva sempre.
Quando
si alzava dal letto, si dirigeva in bagno. Non c’era modo che non
si guardasse da qualsiasi angolazione: il bagno era tutto specchi, e
qualsiasi specchio, se avesse potuto proferire parola, avrebbe
asserito senza incertezze che Edward Cullen era bello anche quando
pisciava. E lui lo sapeva. Nudo, perfettamente a suo agio, capelli
scompigliati dalle mani della dea dell’amore che sembravano
apparire durante il suo stato onirico per accarezzarli,
tiranneggiarli e godere di quelle folte, lussureggianti ciocche
bronzee, o forse erano le sue stesse dita che istintivamente
accarezzavano tutto ciò che forniva godimento. E i capelli di Edward
Cullen erano un godimento persino per gli occhi.
Il
rituale proseguiva nella sala adibita a palestra dove, vestito solo
di pantaloncino tecnico, correva a ritmo spedito e punitivo sul quel
tapis roulant, espellendo tossine, bruciando grassi, tonificando quei
muscoli longilinei e perfetti, e regolando la respirazione, regalando
alle pareti di quella sala un ideale video e audio decisamente
sensuale. L’attempata collaboratrice domestica si era trovata a far
tardi per sbirciare quello spettacolo, l’unico che le fosse
concesso; lui non voleva nessuno al suo risveglio, questi erano gli
accordi, ma la signora non era morta e apprezzava enormemente vedere
e sentire Mister Cullen sotto sforzo. Avrebbe potuto venderne delle
registrazioni alle signore di quel vicinato così per bene, così
formale… e così subdolo e sudicio. Oppure avrebbe potuto regalarle
alla signora Cullen. Le piaceva la signora Cullen. Erano così carini
insieme: lei si metteva sempre seduta su quella panca davanti al
treadmill e lo guardava, scherzando con lui e prendendolo in giro in
quel modo malizioso mentre guardava quel corpo perfetto. E quando le
cose si facevano calde, li lasciava alla loro intimità, ritirandosi
in buon ordine nell’altra ala dell’appartamento dove non avrebbe
potuto udire tutto il loro ardore. Le mancava la signora Cullen e
spesso pensava a lei con malinconia, soprattutto quando lo guardava
correre così concentrato, furioso quasi, e sicuramente privo di quel
guizzo luminoso negli occhi. Ma alla signora piaceva troppo quel
lavoro e se l’avesse scoperta anche solo una volta… Ma lui
l’aveva scoperta. Sin dalla prima volta, o così ne era convinto.
Avrebbe potuto licenziarla freddamente, come faceva con chiunque non
rispettasse le sue regole, ma le era affezionato, non voleva pensare
al perché, ma non l’avrebbe mai mandata via. E gli piaceva,
comunque, piacere. Anche a donne in età avanzata.
Nella
doccia selezionava con cura la temperatura ideale e accompagnato da
brani di musica classica pre selezionati, massaggiava minuziosamente
lo scrub sul corpo e il sapone per il peeling sul viso.
Il rasoio
era sempre dotato di nuove lamette e non mancava mai di applicare il
balsamo prima e dopo la rasatura.
La sua pelle era ogni giorno
luminosa, morbida e priva di imperfezioni. Divina. E lui lo sapeva.
Sceglieva
gli abiti a seconda del programma del giorno. Non sottostava alla
voglia del momento. Colori e forme erano atti a sedurre occhi e gusto
di chi avrebbe incontrato. L’alta sartoria non era altro che la
cornice a un già bel quadro. Oh, sapeva che l’abito non fa il
monaco, ma sapeva anche che aspetto e mente erano fondamentali ed
erano strumenti per il raggiungimento dei suoi scopi. Tutto, per
Edward Cullen, diventava strumento. E lui era uno strumentista
polifonico.
Era
seduttivo con gli altri. Studiava ogni piccolo dettaglio del verbale
e del non verbale. Si informava, coglieva qualità e debolezze e
quando comprendeva la vera essenza del suo interlocutore, che fosse
uomo o donna, la usava spietatamente, come un predatore che incanta
la preda. E a quel punto la poverina non avrebbe avuto più armi, né
forza.
Era
seduttivo sul lavoro. La sua sola presenza, il solo linguaggio del
corpo, apriva e concludeva trattative. Il suo modo raffinato di
parlare, la sua eloquenza, le sue secche e precise direttive, la sua
educazione erano usati per i suoi scopi. Nulla era lasciato al caso.
Nulla era spontaneo. O, probabilmente, la spontaneità aveva lasciato
il posto all’esperienza.
Era
seduttivo con gli uomini. Riusciva a creare legami, alleanze,
complicità apparenti a seconda del tipo che gli si trovava davanti.
Era risoluto quando parlava di affari, era attento quando sapeva che
il suo interlocutore avrebbe potuto insegnarli qualcosa, era
rispettoso verso età ed esperienza, era rispettoso persino
dell’etica, ma era senza pietà di fronte alle debolezze e ai
fallimenti.
Era rispettato ed ammirato. E temuto.
Era
seduttivo con le donne. Non era mai grossolano, né accondiscendente,
né volgare, né banale, a meno che la situazione non lo avesse
richiesto. Ogni donna aveva il suo fascino e la sua personalità.
Ogni donna era assai più profonda di qualunque uomo egli avesse
conosciuto. Magari non tutte, ma sicuramente quelle che lo
interessavano davvero, sia per motivi d’affari che di svago. E non
era mai superficiale. Ogni donna aveva il suo perchè, che fosse
talento nella professione o un corpo da scopare. O, se era fortunato,
entrambi. Aveva incontrato diverse tipologie di donna, aveva ricevuto
avances più o meno dirette, aveva infranto cuori a cui non aveva
promesso mai nulla. Aveva lasciato donne con desideri decuplicati
esponenzialmente dopo ciò che avrebbe dovuto placare la loro sete.
Anche il sesso era un mezzo per Edward Cullen. Che fosse stato per
ottenere favori e chiudere trattative o che avesse riguardato solo la
sedazione di un bisogno meramente fisico.
Prima
di uscire dall’appartamento, un’ultima occhiata a quello
specchio. Era incrinato in un angolo. Non l’aveva fatto cambiare.
Non voleva. Si detestava e quello era il suo memento.
Pensava
a lei.
Più
spesso di quanto non volesse ammettere con se stesso.
Ma prima di
permettere a quelle mai dimenticate sensazioni di incupirlo, le
ricacciava indietro e si concentrava sull’obiettivo del momento.
CAPITOLO 3
“Signore, dobbiamo deviare e prendere la Madison Avenue. C’è una manifestazione di protesta tra la Stewart e Pine Street.”
L’interfono all’interno della limousine si era attivato, facendo giungere l’impersonale voce di Smith al ricevitore posto vicino ai sei monitor sintonizzati sulle quotazioni di borsa dei più importanti paesi del pianeta.
“Bene. La Stewart è diventata comunque impraticabile da tempo. Se prevedete ritardi, avverti Krasinski. Se ci sono problemi per la riunione, digli di non prendere iniziative mentre mi attendono.”
Non era agitato. Non era preoccupato. Gli imprevisti erano all’ordine del giorno per un uomo come Mister Cullen e se non fosse stato in grado di gestirli non sarebbe certo arrivato dov’era.
Digitava sulla piccola tastiera senza guardare. Le sue dita andavano velocissime mentre scrutava le colonnine con i punti in discesa e in salita delle azioni che lo interessavano. Era come leggere la striscia di fumetti su un quotidiano per lui, rappresentava praticamente uno svago. I suoi occhi scrutavano quelle cifre tra un monitor e l’altro e prima di arrivare a destinazione avrebbe già compreso l’andamento della giornata e dato ordine ai suoi broker di comprare o vendere. E a fine giornata sarebbe stato ancora più ricco.
Quel giorno però c’era un pensiero nel fondo della sua mente che lo infastidiva più degli altri.
Aveva conversato amabilmente con sua madre quella mattina e durante la colazione a bordo piscina era spuntato fuori il solito argomento: il matrimonio.
L’idea non lo elettrizzava.
Aveva un matrimonio fallito alle spalle. Oh, si era sposato per il più elevato e il meno conveniente dei motivi, l’amore, ma evidentemente non era stato sufficiente. Bruciava ancora d’amore per lei, ma il fuoco li aveva distrutti. O forse era stata la vita. O forse ancora, per la prima e unica volta nella sua esistenza, non ci aveva semplicemente capito un cazzo.
Detestava di cuore chi aveva cercato di dare spiegazioni e aveva licenziato o isolato chiunque si fosse azzardato ad avere una singola opinione sulla sua vita privata. Non ne parlava mai e l’argomento era tabù.
Però, come nelle trame dei classici della letteratura, il matrimonio nel suo ambiente era praticamente una conditio sine qua non, era richiesto, preteso perfino. Nel suo mondo, così legato agli affari e alla politica internazionale, certe cose erano ancora del tutto ottocentesche, mai superate. Dovevi sposarti. Farti un’amante se volevi. Con discrezione o meno, ma l’apparenza di una vita stabile e regolare era un must imprescindibile.
Sua madre non mancava mai di ricordarglielo.
Ma Edward Cullen non era tipo da sottostare a leggi, regole e conformismo. Non desiderava un’altra moglie. Non desiderava veramente nessuna. A parte lei.
Aveva categoricamente rifiutato ogni proposta o ogni suggerimento, casuale o meno, della madre. Aveva conosciuto le candidate. Se le era fatte puntualmente. E altrettanto puntualmente le aveva dismesse senza un secondo pensiero.
Aveva tutto quello che voleva e le donne che frequentava erano divise in due categorie: quelle che lavoravano per lui, scelte in base alle qualità che gli occorrevano, intelligenti, istruite, affermate, e quelle che si portava a letto, belle, dal seno sodo e dal culo alto. Non gli interessavano le vie di mezzo e non aveva mai provato interesse in ambito sentimentale per nessuna di loro. Non era uno stupido, non aveva mai escluso nulla nella vita, non considerava il sentimento come inutile o sciocco. Edward Cullen era un uomo che vedeva le sfumature nelle cose, che sapeva leggere tra le righe, che considerava tutti i fattori con la stessa importanza. Ma sapeva bene che quello che aveva avuto era irripetibile.
Quella mattina, però, iniziò a considerare l’idea del matrimonio. Avrebbe trovato la persona giusta. Avrebbe avuto un matrimonio adeguato, definito da regole precise, contrattualmente accettabile.
La vibrazione del suo cellulare lo scosse dai suoi pensieri.
“Cullen.”
“Mister Cullen, le ho inviato l’agenda della giornata. Può visualizzarla sul monitor C.”
Chiuse la telefonata senza un saluto o un ringraziamento. Questo era il suo costume. La sua assistente personale, Krasinski, lo conosceva bene e aveva la sua stessa attitudine: le formalità non erano contemplate e il loro rapporto era efficiente ai massimi livelli.
Visualizzò i numerosi meeting della giornata.
Noia.
Necessità.
Progetti.
Rendimento di alcune consociate.
Beneficenza.
Tutto normale.
Tutto al solito.
Tutto, tranne la nuova voce aggiunta in fondo a quella lista che già conosceva a menadito:
Noia.
Necessità.
Progetti.
Rendimento di alcune consociate.
Beneficenza.
Tutto normale.
Tutto al solito.
Tutto, tranne la nuova voce aggiunta in fondo a quella lista che già conosceva a menadito:
Ore 21,00: Ricevimento fidanzamento Swan-Bambridge.
Oh no. Cazzo, no.
Isabella. Ti puoi fidanzare solo sul mio corpo morto.
CAPITOLO 4
CAPITOLO 5
CAPITOLO 4
“No, no, no, no, no.
Niente calle, niente gigli, niente fiori bianchi.”
Isabella passeggiava
avanti e indietro con il cordless che stava andando letteralmente a
fuoco per tutte le telefonate che stava facendo durante quella
mattinata.
Indossava una lunga
maglia morbida che le lasciava scoperta una spalla, leggins e
fantasmini bianchi. Ogni qual volta poteva, si toglieva le scarpe e
questo significava che praticamente le indossava solo durante gli
eventi pubblici; non le portava mai in casa, quasi mai in ufficio e,
se poteva, vi rinunciava anche all’aria aperta. Camminava su e giù,
in lungo e in largo nella sua stanza, parlando concitatamente e
guardandosi i piedi; ne muoveva le dita nervose, soffrendo anche per
i calzini. Parlava, muoveva le dita e constatò nella sua mente, un
attimo, solo per un attimo, che le scarpe le teneva volentieri
eccome, quando Edward la fotteva dopo una serata pubblica, o
rincasati da un’uscita con gli amici, o sempre quando
tornavano a casa, strappandole senza riguardo tutti gli abiti di
dosso e posizionandole le gambe su quelle forti, nerborute spalle per
aprirla completamente a lui facendole sentire la sua passione fino in
fondo. E che fondo.
Si innervosì subito di
quel pensiero e a farne le spese fu il povero fioraio all’altro
capo della linea.
“Per carità di Dio! E’
il mio secondo matrimonio, non devo fare la sposina vergine! Si
inventi qualcosa, che ne so, qualcosa color pesca, no, pesca no, mi
sa di carta da parati in casa delle zitelle. Lilla, porta sfiga il
lilla? Magari rosso, oppure il rosso fa troppo prostituta? No, niente
rosso, fa troppo bordello anni venti. Insomma, veda lei, ma non
bianco, non voglio vedere niente di bianco, intesi? Mi faccia
sapere.”
Chiese la telefonata e
sentì il bisogno impellente di chiamare lui.
“Pronto? James? Di che
colore vuoi i fiori?”… “Dici? Non ti sembra che il porpora sia
troppo serioso?”… “Sì amore, sei tu l’artista, ma è una
festa di fidanzamento, non è l’addobbo per un mausoleo.” … “Ma
amore, non c’entra niente che io sia arredatrice d’interni e non
mi soddisfi mai nulla, è solo che detesto i fiori.” ... “Va
bene, va bene, i fiori sono belli… d’accordo, farò come dici.
Quando sarai qui?” … “Ma no, ma no, è solo che mi sento
strana, è come se… come se…” … “Lo so, lo so, sei
impegnato, è che mi manchi e ho bisogno di te qui… magari potremmo
starcene un po’ soli prima del ricevimento, potrei indossare quella
lingerie che ti piace t- OH. NO. CAZZO NO. C-come? Oh no, amore, non
ce l’ho con te, è che ho visto… che nel catering c’è qualcosa
che non va, decisamente non va! Ti richiamo dopo.”
Si era avvicinata alla
finestra che dava sul giardino antistante la sontuosa villa. Da
ragazzina aveva scelto la sua stanza proprio perché dava sul viale
alberato che conduceva all’ingresso e le piacevano quegli alberi.
No, non era la verità. Le piaceva da matti, invece, impicciarsi di
tutti quelli che entravano e uscivano, e ne aveva viste di cotte e di
crude. E ora, crudamente, osservava Edward abbracciare calorosamente
sua madre, la quale aveva sempre avuto un debole per lui. L’aveva
adorato da subito e aveva cercato di fare di tutto per non farle
considerare l’idea del divorzio.
Marciò furibonda verso
la grande porta, che spalancò totalmente rivelandosi in tutta la sua
casalinga, gloriosa rabbia.
“Isabella.” Edward la
notò subito.
Aveva persino contato i secondi ed aveva azzeccato
perfettamente il tempo, facendo il conto alla rovescia da quando
l’aveva vista sbracciarsi al telefono con qualcuno alla finestra
della sua camera. Era bellissima.
Aveva gli occhi un po’ cerchiati,
come se non avesse riposato bene, i suoi capelli erano impilati alla
rinfusa sopra la testa e fermati da un bastoncino cinese.
Ed era
scalza.
Trovò buffo che stavolta indossasse i calzini, ma era lei.
Bellissima e furente. Si compiacque di questo. Isabella era una donna
dal carattere piuttosto forte e ottenere una reazione appassionata
equivaleva ad ottenere un pieno successo. Edward sapeva bene che la
cosa peggiore che gli potesse capitare sarebbe stata l’indifferenza.
E Isabella ora era tutto tranne che indifferente.
“Oh, tesoro, hai visto
chi è venuto a trovarci?” Squillò Renee in preda alla felicità.
“Ho visto, mamma. Puoi
lasciarci soli un momento per favore?”
Digrignò senza perdere il
contatto visivo con il suo sempre splendido, sexy e bastardo ex
marito.
Renee si dileguò
all’istante, scambiando uno sguardo d’intesa con l’ex genero e
confidando nell’intelligenza di lui nel trattare la questione
‘Isabella’ con astuzia e destrezza.
“Edward. Che diavolo ci
fai qui?” Cercò di comporsi a braccia conserte sotto al seno e
imponendo alla sua voce dignità e classe.
“Sono stato invitato,
mi sembra ovvio. Lo sai che non mi presento mai a sorpresa.”
“Ha! Invitato! Non da
me, questo è certo, e lo so perché gli inviti li ho scritti io. Non
ti pare un po’ azzardato presentarsi al ricevimento per il
fidanzamento della tua ex moglie?”
“Sinceramente no. Le
nostre famiglie sono in ottimi rapporti e ho risposto prontamente
all’amabile invito di Renee.”
“Edwaaaaard!!!”
Bree corse a rotta di
collo non appena vide il cognato. Gli saltò addosso e si aggrappò a
lui con tutto l’affetto di cui disponeva. Le era mancato da morire
e lo adorava più di chiunque altro. Lo avrebbe sposato lei, se solo
non avesse undici anni, ma si era fatta promettere da lui che
l’avrebbe aspettata se non avesse potuto riavere sua sorella. Le
aveva detto che era innamoratissimo di tutte le Swan e che lei
sarebbe sempre stata la sua piccola principessa.
“Breebree!” La
accolse tirandola a se e godette immensamente dell’abbraccio più
sincero che mai sarebbe arrivato da nessun altro al mondo.
“Bree, per l’amor del
cielo, cerca di darti un contegno e almeno prima vatti a dare una
rinfrescata.” Le disse la sorella in maniera monotona, dopo un
rapido sguardo alle condizioni dei suoi abiti. Bree amava stare
all’aria aperta e si sporcava sempre. in questo le somigliava
tanto, ma lei non aveva la perenne esigenza di togliersi le scarpe.
“Vedi Isabella? Tua
sorella sì che sa dare il benvenuto.” Disse Edward mentre lasciava
la piccola che si dileguò subito in casa, ma non prima di essersi
fatta promettere almeno un gioco con lui.
“Mh! Sono un po’
cresciutella per correrti incontro e avvinghiarmi a te con gambe e
braccia.”
Si accorse troppo tardi
di quello che aveva detto, perché istantaneamente i loro sguardi
cambiarono intensità, le loro pupille si dilatarono lievemente ed
entrambi vennero in mente le stesse immagini, solo che non erano
coinvolti né abiti, né occhi indiscreti,s forse solo un paio di
stiletto rosse, e un alquanto rumoroso sonoro fatto di gemiti.
“Non l’hai sempre
pensata così.” Rispose lui a tono basso, solo a beneficio delle
loro orecchie.
La respirazione di
isabella si alterò. Non le piaceva come si stava sviluppando la
faccenda e si conosceva fin troppo bene: l’attrazione per Edward
non si era mai sopita. Ricordava molto bene quello che le faceva e…
le mancava, ma non l’avrebbe mai ammesso, nemmeno con se stessa.
Nemmeno quando nella sua mente si stavano affollando immagini dei
loro incontri, delle loro risate, dei suoi piedi perennemente nudi
quando gli correva incontro per stringerlo a sé, per sentirlo di
nuovo, per riprendere contatto con quel corpo che le mancava come
l’aria anche se era stato via solo per un’ora.
“Non dire
stupidaggini.” Rispose flebilmente e con grande sforzo.
“Ti prego
Edward, va via. Non… non rimanere qui stasera, ti prego…”
“Spiacente. Breeee!!!
Dov’è la mia principessa?!” Le fece un sorriso altamente
compiaciuto e si infilò in casa in cerca della bambina.
Isabella rimase nella
stessa posizione, abbassando penzoloni la testa e arrendendosi alla
testardaggine dell’ex marito.
“James… dove sei…
perché non ci sei mai quando mi servi?...”
Mugugnò tra sé.
Risollevò
improvvisamente la testa. “Madre?!”
Con qualcuno doveva pur
prendersela.
***
CAPITOLO 5
Quella mattina Krasinski
riuscì ad udire persino il movimento differente dell’ascensore
privato.
Sì, Edward Cullen era in
grado di fare addirittura questo: modificare la velocità
dell’ascensore.
Lo attese in piedi vicino
alla sua scrivania già operativa da un paio d’ore, attendendo lo
tsunami che l’avrebbe investita. Conosceva le reazioni del suo capo
e mentre gli mandava l’e-mail con l’aggiunta di quell’ultimo
appuntamento, aveva sudato freddo.
Le porte in acciaio si
spalancarono e lui le apparve davanti come un demone pronto a
distruggere l’intero pianeta: aveva le gambe leggermente
divaricate, le braccia rigide e contratte lungo i fianchi e le mani
strette in pugni che ne bloccavano la circolazione sanguigna. Il suo
volto lievemente chinato e lo sguardo letale diretto su di lei.
Era magnifico.
Sarebbe stata una vista
altamente erotica, se non fosse per il fatto che raramente l’aveva
visto così gelido e furioso allo stesso tempo e un po’ temeva per
se stessa. Oh, non fisicamente, ma il pericolo di un licenziamento
con probabilità di non trovare mai più uno straccio di impiego in
tutto il mondo occidentale, era una possibilità reale.
La sua paura crebbe
quando lo vide spostare lo sguardo da lei al corridoio verso il suo
ufficio. Edward Cullen era un uomo dai movimenti studiati fino al
particolare impercettibile ai più: nella variazione di traiettoria
del suo campo visivo, chiuse lentamente ma non del tutto le palpebre.
Quello era il suo modo di comunicare il perfetto controllo e la
determinazione ad eliminare il problema o la persona che lo aveva
disturbato in qualche modo.
Krasinski dovette
ricorrere a tutta la sua freddezza e mentre lo seguiva
silenziosamente nel suo ufficio, chiudendone le porte con esperta
sicurezza, elencò mentalmente a se stessa le proprie qualità,
quelle per cui il suo capo non l’aveva mai sostituita. Lei sapeva
essere fredda quasi quanto lui, controllata e certa dei suoi meriti.
Non era sua la colpa di quell’appuntamento.
“Spiegati.”
“Sua madre ha chiamato
questa mattina alle sei e trenta per fissare quell’appuntamento. Ho
ritenuto opportuno farlo, signore.”
Non c’era bisogno di
spiegare oltre. Lei lo sapeva e lui lo sapeva. Esme Cullen era
potente almeno quanto il figlio e nessuno aveva il potere di
discutere un suo ordine. La decisione, ora, spettava solo a lui.
Con un secco cenno
dismissivo del capo, le intimò di uscire, cosa che lei fece
all’istante e senza far trapelare il sollievo.
Lui era già al telefono.
“Cos’è questa
pagliacciata?” Digrignò alla madre.
“Non permetterti di
parlarmi con questo tono Edward. E’ un nostro dovere presenziare a
questi eventi e tu lo sai. Non mi importa chi si sposa e con chi. Non
mi importa che sia la tua ex moglie. Devi andare lì e ci devi andare
con un bel sorriso in faccia. Ci saranno tutti, compreso il senatore
Newton e Aro Volturi con l’intera famiglia al seguito. E non fare
sciocchezze. So che tra te e Isabella non corre buon sangue, ma
questa non è semplicemente una festa, è un’occasione per
ricordare a tutti chi siamo e marcare bene i confini del nostro
territorio.”
Con un poderoso moto di
rabbia lanciò il cellulare che si frantumò contro la parete a lui
antistante.
Gli impiegati che udirono
quel rumore non osarono muoversi, tranne Krasinski che si diresse
verso una delle casseforti dell’ufficio per tirarne fuori un
cellulare identico, già programmato e pronto per l’attivazione,
cosa che eseguì all’istante. Bussò alla porta del suo capo e
senza annunciarsi lo pose sulla sua scrivania, allontanandosi come
nulla fosse successo.
Cullen rimase immobile
davanti alla grande vetrata dietro la scrivania, mani in tasca, ad
osservare la baia del Pudget Sound, già con mille idee in testa,
tutte perfettamente valutate e attuabili.
Prima idea: uccidere
Bambridge.
- Pro: eradicato il problema alla radice; facile; pulito; istantaneo.
- Contro: coinvolgimento di terze parti non ammissibile in una questione familiare; attuazione di un piano e creazione di un alibi valido; fastidioso intralcio della giustizia per le indagini; eventuale disappunto di Isabella.
Mh… forse l’omicidio
non è poi così attuabile.
Seconda idea: rapire
Isabella.
- Pro: un intervallo di tempo utile per convincerla che la sola idea di sposare Bambridge era una puttanata e farle cambiare idea.
- Contro: far cambiare idea ad Isabella? Buona fortuna. Quella donna era più testarda di una mandria di muli.
Terza idea: screditare
Bambridge agli occhi di Isabella.
- Pro: facilmente attuabile; godimento illimitato anche solo nel tentativo.
- Contro: nessuno. Sarebbe stato semplice come bere un bicchiere d’acqua.
Quarta idea: fare
l’amico.
- Pro: grande spazio di manovra per sventare la ridicola faccenda.
- Contro: sforzo notevole. Edward Cullen non fa l’amico.
Gli piacevano queste
idee. Le voleva usare tutte. La sua parte irrazionale lo guidava
assolutamente verso la prima, ma era troppo intelligente per farsi
guidare da una pulsione. Non avrebbe più fatto quell’errore. Non
doveva più fare alcun errore. Isabella era una questione della
massima importanza per lui. L’aveva lasciata fare, l’aveva
assecondata e aveva ceduto al suo bene, ma ora non poteva più
reggere, non poteva più sopportare. Non avrebbe mai permesso il
compimento di quel matrimonio. Era sufficiente la sola idea di un
qualsivoglia rapporto tra Isabella e qualcun altro che non fosse lui.
Per la prima volta si
sentiva insicuro. L’incertezza non era una sensazione accettabile
nel mondo di Edward Cullen. E Isabella era il suo punto debole, lo
era da sempre e lo sarebbe stato per sempre. Doveva necessariamente
volgere le cose a suo vantaggio.
Si mise subito in azione.
Girandosi trovò il suo cellulare intatto sulla scrivania e per un
breve momento si chiese se l’avesse fatto a pezzi davvero, ma una
rapida occhiata all’indentazione sulla parete gli fece capire che
quello sarebbe stato il suo ultimo momento di debolezza. Chiamò
Jenks, il suo corrottissimo contatto nel dipartimento di polizia, e
gli ordinò informazioni su James Bambridge. Tutto. Qualsiasi
dettaglio. Doveva conoscere esattamente vita, morte, miracoli,
abitudini, debolezze, azioni, successi, fallimenti, famiglia di
provenienza, fedina penale, relazioni precedenti, multe, marca di
shampoo e di cereali preferiti. Era piuttosto sicuro che avesse una
lista di difetti lunga come il suo cazzo e voleva usarli tutti a suo
vantaggio, ma con discrezione e arguzia.
Solo una cosa contava
ora.
Doveva riprendersi la sua
ex moglie.
Con il suo consenso o con
la forza.
Se qualcuno avesse potuto
osservarlo in quell’istante, avrebbe visto l’espressione più
diabolica e soddisfatta mai avuta da alcuno.
E avrebbe anche visto che
era assolutamente, innegabilmente e dannatamente sexy.
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